HomeRicette Tradizionali › Qual è la pasta giusta per la chitarra abruzzese? Il trucco che regala quella ruvidità perfetta
Ricette Tradizionali

Qual è la pasta giusta per la chitarra abruzzese? Il trucco che regala quella ruvidità perfetta

📅 30 Agosto 2026✍️ di Alberto Morlino⏱️ 7 min di lettura

La prima volta che ho sentito vibrare la chitarra non c’era musica, eppure il suono mi è rimasto addosso. In una cucina di pietra, sopra il mare di Pescara, una signora con le mani infarinate fece scivolare la sfoglia su corde d’acciaio tese su un telaio. Un colpo deciso del matterello, un mormorio secco, e una pioggia di fili dorati cadde sul canovaccio. Cercavo la ruvidità perfetta, quella che trattiene il sugo come un giuramento di fedeltà, e la trovai in quel gesto antico che ho visto in tante osterie, dalle colline pisane agli Appennini abruzzesi.

Chi prepara la pasta alla chitarra lo sa: la differenza non sta soltanto nella ricetta, ma nella superficie. Quella pelle granulosa che non scivola via è il segreto di un piatto memorabile, capace di riportare il pomodoro al suo destino e l’agnello del ragù alla sua casa naturale.

Un banco di legno e una chitarra tesa

La chitarra, lo strumento abruzzese per eccellenza, non perdona impasti molli né sfoglie lucide. È un banco di prova schietto, come certi osti incontrati tra le strade bianche della Maremma: se arrivi preparato, ti premia; se ti presenti con scorciatoie, ti smaschera. Appoggi la sfoglia, allinei i bordi, spingi con il matterello e lasci che le corde lascino il loro marchio, una grana finissima che non si vede ma si sente.

È qui che si decide tutto: nella relazione tra impasto e strumento. Una pasta liscia scivola sulle corde e rifiuta la ruvidità; una pasta troppo idratata si piega e si incolla; una pasta corretta incide i fili, prende forma e trattiene l’impronta. L’orecchio, in cucina, conta quanto l’occhio: quel colpo secco è un piccolo segnale di riuscita.

La farina giusta: semola rimacinata, uova e l’equilibrio

La tradizione abruzzese vuole l’uovo, il regalo di stalle e pollai generosi. Io ho imparato che la farina giusta è la bussola. Il grano tenero tipo 00 dona elasticità e docilità alla sfoglia, ma rischia di lucidarla. La semola rimacinata di grano duro, invece, porta sabbia fine nella trama, una grana che respira e trattiene. Il punto d’incontro, per la chitarra, sta in un equilibrio calibrato: prevalenza di semola rimacinata, aiuto del 00 a dare nervo, uova quanto basta a legare e profumare.

In pratica, una strada solida è un impasto con settanta per cento di semola rimacinata e trenta per cento di farina 00, legato da uova intere in proporzione di un uovo ogni cento grammi di farina complessiva, con l’elasticità aggiustata da un cucchiaio d’acqua solo se l’aria è secca. Il sale nell’impasto è facoltativo; io preferisco lasciarlo all’acqua di cottura per non irrigidire la maglia. Se puntate a una sfoglia più grintosa, potete spingervi fino al cento per cento di semola rimacinata: il risultato sarà più granuloso, esattamente dove la chitarra vuole poggiare il suo segno.

Non ignorate il riposo. Venti, trenta minuti coperto da una ciotola o in pellicola lasciano distendere la maglia del glutine e uniformare l’umidità. Un riposo troppo lungo, però, rende la superficie più levigata e meno propensa a farsi graffiare dalle corde. In quell’intervallo breve c’è il compromesso che ho visto rispettare anche nelle cucine più testarde: la pazienza senza languore.

Il trucco della ruvidità: asciugatura breve e taglio deciso

Il cuore della ruvidità non è un ingrediente segreto, ma un dettaglio di tecnica. Stendete la sfoglia con il matterello sul legno, non troppo sottile, fino allo spessore di una moneta doppia, lasciando la superficie appena opaca. Evitate i rulli metallici delle sfogliatrici domestiche quando cercate rugosità: lucidano. Il legno, con la sua micro-porosità, disegna una pelle discreta che la chitarra saprà amplificare.

Quando la sfoglia è pronta, non abbiate fretta. Lasciatela asciugare all’aria cinque, dieci minuti su un canovaccio infarinato, fino a quando, accarezzandola con il dorso delle dita, la sentirete asciutta ma ancora flessibile. È questo il trucco che mi ripeteva una cuoca di montagna, con la pazienza di chi ha visto nevicate e vendemmie: la breve asciugatura crea una sottilissima crosta che si spezza al passaggio sulle corde, generando micro-righe che catturano il sugo.

Al momento del taglio, spolverate la chitarra con semola, non con farina 00. La semola si comporta come minuscole biglie che impediscono alla sfoglia di aderire e non si trasforma in colla. Appoggiate il rettangolo di pasta, allineate, e fate un solo passaggio deciso col matterello, dal centro verso di voi, poi dal centro verso l’alto. Non ripassate più volte: ripetere lucida, indebolisce e arrotonda gli spigoli. Capovolgete la chitarra, un colpo secco al telaio, e lasciate che i fili cadano come paglia nuova.

Chi è abituato alla pasta secca conosce la magia della Trafilatura al bronzo, tecnologia che rilascia una ruvidità analoga. Con la chitarra, quell’effetto si ottiene artigianalmente, in casa, con una combinazione di impasto asciutto, legno e corde.

Cottura e condimenti: quando la superficie fa la differenza

La ruvidità è virtù solo se trova il sugo giusto. In Abruzzo il matrimonio felice include il ragù d’agnello tirato piano, le pallottine teramane immerse nel pomodoro, una salsa di ventricina che profuma di paprica e maiale. Ma anche un battuto di pomodori pelati, olio buono e basilico, se la materia prima è nobile, può bastare a raccontare l’estate in collina.

La cottura merita rigore. Acqua abbondante e salata, bollore largo, un minuto in meno di quanto la sfoglia vorrebbe. La pasta alla chitarra finisce di cuocere in padella con il condimento, risottando con un mestolino di acqua di cottura per legare l’amido e lucidare l’insieme. Quella superficie granulosa catturerà il sugo e lo tratterrà tra le irregolarità create dal taglio.

All’ultimo, un formaggio a pioggia. Pecorino locale secco, quando possibile certificato DOP, grattugiato fine, a completare senza coprire. L’olio extravergine arriva a crudo, una cucchiaiata sola, per dare luce e profumo.

Errori da evitare, con calma contadina

Le scorciatoie, in cucina, si presentano con un sorriso e finiscono per chiedere il conto. Un impasto troppo idratato, ad esempio, renderà la sfoglia appiccicosa e la superficie liscia: l’acqua in eccesso lucida e spegne. Una sfoglia lavorata all’infinito diventa elastica e lucida, come seta, e la chitarra non incide con decisione. Polvere giusta, anche qui: semola per spolverare, mai 00, che si fa fango e scivola dove non vorresti.

Allo stesso modo, la tentazione di ripassare più volte sulla chitarra è fatale. Il primo passaggio, deciso e unico, segna la pasta e le regala il suo volto. Le ripetizioni smussano, cancellano le micro-ruvidità e allungano i fili con un’aria stanca. Meglio preparare sfoglie più piccole, da lavorare con controllo, che tentare colpi di teatro su un lenzuolo che non si lascia domare.

Dalla campagna al piatto: una lezione di ingredienti

Ho imparato nelle osterie che la cucina povera non è mai sciatta. È precisa, sobria, spesso ferrea. La semola rimacinata, qui, è più di un ingrediente: è il terreno di una collina assolata tradotto in polvere. Le uova raccontano cortili e pollai, foraggi e stagioni. Il legno del banco di lavoro ha memoria, assorbe e restituisce. La chitarra, con la sua voce sottile, accorda tutto questo con poche note.

Se dovessi riassumere la lezione della chitarra abruzzese, direi che la pasta giusta è quella che fa spazio agli altri: al sugo che deve aggrapparsi, al formaggio che deve fondersi, all’olio che deve brillare. E che il trucco della ruvidità non è trucco, ma rispetto dei tempi: un impasto asciutto e granoso, una stesura su legno, una breve asciugatura prima del taglio, un gesto unico e risoluto. Il resto lo fanno la fame e la compagnia.

Ripenso a quel suono, il giorno in cui la chitarra mi insegnò a cucinare con l’orecchio. Non era una musica, eppure era ritmo: il colpo del matterello, il tonfo lieve dei fili che cadono, il ribollire sobrio del sugo. Ogni volta che preparo la pasta, cerco la stessa cadenza. Quando la trovo, la ruvidità arriva da sola, e il piatto racconta da sé perché certi gesti, nelle cucine d’Abruzzo come in quelle di ogni campagna, non hanno bisogno di presentazioni.

Alberto Morlino

Alberto ha viaggiato per la Toscana documentando le osterie storiche, raccogliendo le storie di cuoche e osti. La sua cucina si ispira all’autenticità degli ingredienti locali e ai piatti poveri della campagna, con un’attenzione speciale ai legumi e alle zuppe.

Torna in alto